Le ricorrenze che si celebrano quest’anno nella Comunità di Taizé sono l’occasione per rievocare la figura del fondatore, fr. Roger Schutz-Marsauche, il cammino delle Chiese cristiane, l’ecumenismo vissuto che, su quella collina, conosce una delle sue espressioni più convincenti.
Fr. John, americano d’origine, è fratello della Comunità di Taizé da quarant’anni. Ci accompagna nel ripercorrere i passaggi più salienti e il loro significato.
– Fr. John, 100 anni fa (12 maggio 1915) nasceva fr. Roger. Quali sono i momenti principali di saldatura tra la vita di fr. Roger e la vita della Chiesa nel secolo scorso?
La vocazione personale di fr. Roger e stata segnata da alcuni momenti importanti della storia della Chiesa nel Novecento e, a sua volta, l’ha influenzata. Ne ricorderò tre in particolare.
Primo, il movimento ecumenico. Una delle più importanti caratteristiche della Chiesa cristiana nel XX secolo è stata la scoperta dello spazio ecumenico, cioè la ricerca dell’unità visibile fra tutti quelli che seguono Gesù Cristo. Il giovane Roger è stato sensibile all’esistenza di cristiani di altre confessioni: figlio di un pastore riformato, si è sempre ricordato l’interesse della sua famiglia per gli emigrati russi dopo la rivoluzione del 1918, e da ragazzo entrava talvolta in una chiesa cattolica. Negli anni dell’università frequentava i gruppi delle associazioni cristiane degli studenti, molto sensibili al tema ecumenico. Poi, quando si è installato nel villaggio di Taizé all’inizio degli anni 40, l’incontro con l’abbé Paul Couturier, pioniere del movimento ecumenico, ha reso manifesto un desiderio fin da allora implicito: l’importanza dell’unità fra tutti i discepoli di Gesù Cristo per dare una testimonianza autentica al mondo odierno. Fr. Roger non voleva creare un “monastero protestante” accanto a quelli cattolici o ortodossi. Desiderava vivere una “parabola di comunione” radicata nella grande tradizione della Chiesa indivisa. Ci vorranno tanti anni perché questo desiderio possa realizzarsi, ma l’intenzione c’era dal primo giorno di Taizé.
Poi, l’avventura del concilio Vaticano II è stata importantissima per fr. Roger e per la nostra comunità. Il rapporto col concilio è nato dall’amicizia – la parola non è troppo forte – fra il fondatore di Taizé e il santo papa Giovanni XXIII, dall’inizio del suo pontificato. Quest’amicizia ha condotto papa Roncalli a invitare fr. Roger al concilio come osservatore assieme a Max Thurian. Sono stati presenti a tutte le sessioni. Più che ai dibattiti su questioni dottrinali, fr. Roger era sensibile ai rapporti fraterni fra i padri conciliari di tutti i paesi del mondo e alla dinamica conciliare, cioè la ricerca comune, con sfumature diverse, per far trasparire il volto autentico di Cristo nella vita della Chiesa. I fratelli di Taizé presenti a Roma invitavano un gran numero dei padri alla loro tavola; gli scambi sono stati molto arricchenti e hanno contribuito a sviluppare tante nuove intuizioni. Quando, qualche anno più tardi, la comunità di Taizé ha cominciato la sua avventura con i giovani, non a caso fr. Roger ha voluto preparare con loro un “concilio dei giovani”.
Un terzo aspetto importante della vita della Chiesa nel Novecento è stato l’“emergenza” delle Chiese del Sud del mondo, in particolare dall’America Latina. Durante il concilio, fr. Roger ha stretto amicizia con tanti vescovi latinoamericani. La comunità ha spedito un milione di copie del Nuovo Testamento in quel continente. Nel 1968 fr. Roger ha accompagnato Paolo VI a Bogotà in occasione del suo primo viaggio in America Latina. Un fratello di Taizé ha partecipato all’assemblea di Medellin e fr. Roger sarà a Puebla nel 1979. Poco dopo, un gruppo di fratelli di Taizé è andato vivere in Brasile. Quest’amicizia con i cristiani del Sud significava anche una solidarietà con i cristiani colpiti dalla repressione dalle dittature militari, per esempio nel Cile al tempo di Pinochet.
– 10 anni fa fr. Roger moriva. Qual è il nocciolo della sua eredità ecclesiale e spirituale che la Comunità di Taizé ritiene irrinunciabile e attuale?
Anche qui, menzionerò tre aspetti dell’eredità di fr. Roger che mi sembrano essenziali.
Primo, ciò che si può chiamare il primato della vita. Il fondatore di Taizé non sopportava con parole che non s’incarnassero in atti. Di fronte a un problema, cercava sempre un gesto concreto che potesse indicare una risposta. L’esistenza stessa della comunità voleva essere un segno concreto dell’importanza della riconciliazione. Più tardi, inviare fratelli a vivere in luoghi di povertà e di conflitto per ascoltare e cercare delle soluzioni insieme alla gente del posto, oppure accogliere immigrati a Taizé, è stato il suo modo di partecipare alla ricerca di giustizia a livello mondiale. È forse ironia divina che quest’uomo, sempre in cerca di gesti eloquenti, abbia concluso la sua esistenza terrena nel modo che tutti sappiamo. L’ultimo gesto attraverso il quale ha trasmesso qualcosa del Vangelo è stata la sua morte.
Il secondo aspetto è la convinzione che il Dio di Gesù Cristo non esclude nessuno dal suo amore ma che, con Cristo, una sorgente di vita veramente universale è entrata nella storia umana. Il fondatore di Taizé amava citare le parole della costituzione Gaudium et spes del Vaticano II: «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo» (n. 22: EV1/1386). Ogni forma di esclusione gli era incomprensibile. La sua passione per l’ecumenismo trova qui le sue radici profonde.
L’ultima linea di forza della vita di fr. Roger che mi sembra essenziale è la sua persuasione che una strada privilegiata per trasmettere il mistero del Dio di Gesù Cristo è quella dello spirito di misericordia o, per utilizzare un’espressione sempre più cara a lui, la bontà del cuore. Egli sapeva che per molte persone, e specialmente per parecchi giovani, la strada verso la fede è ostacolata dall’immagine di un Dio giudice severo. Sapeva, inoltre, che il cristianesimo ridotto a un moralismo stretto non aiuta le persone ad aprirsi al messaggio evangelico. Quindi, per far riscoprire la fede come una buona notizia di liberazione, per fr. Roger era essenziale privilegiare la bontà del cuore e la semplicità. L’immagine che molti giovani hanno di lui è quella di un uomo circondato da bambini durante la preghiera comune; una persona cui poter confidare ciò che pesava sui loro cuori e da cui, negli ultimi anni, ricevere una semplice benedizione: la sua mano posta sopra il loro capo.
– 75 anni fa nasceva il primo nucleo della futura comunità lì dove la Francia era attraversata dalla divisione causata dalla guerra. Quali sono i legami della Fraternità di Taizé con la storia dell’Europa?
Non è a caso che la comunità di Taizé sia nata durante la seconda guerra mondiale. Fr. Roger lasciava il suo paese di nascita, la Svizzera, per stabilirsi in Francia, non soltanto per pensare alla creazione di una comunità d’impostazione monastica, ma anche per essere vicino alle vittime della guerra. Accoglieva nella sua casa a Taizé profughi ebrei e poi, dopo la fine del conflitto, prigionieri di guerra tedeschi. Ripeteva così un gesto della sua nonna materna durante la prima guerra mondiale. Si può dire che queste due grandi guerre che hanno lacerato l’Europa hanno contribuito a far emergere la sua vocazione alla riconciliazione. Questo bisogno di riconciliazione fra gli europei ha continuato a manifestarsi in segni concreti nel dopoguerra. La costruzione della Chiesa della Riconciliazione con volontari tedeschi è una testimonianza eloquente.
Com’è risaputo, la storia di Taizé è molto legata al movimento giovanile degli anni ’60. L’inquieta generazione giovanile, alla ricerca di un mondo più giusto e di una Chiesa luogo di comunione per tutti, è stata accolta a Taizé. In un tempo di polemica fra le generazioni, Taizé ha voluto essere un luogo d’incontro e di scambio, vocazione non sempre capita da tutti in quegli anni.
Taizé è stata anche molto presente nella divisione dell’Europa al tempo della “guerra fredda”. Le prime visite dei fratelli nei paesi dell’Est risalgono agli anni ’60. In maniera discreta, cercano di creare legami di solidarietà e d’amicizia fra i cristiani divisi dalla cortina di ferro. E quando i muri sono crollati nel 1989, i tanti rapporti fra Taizé e i giovani cristiani dell’Est cambiano radicalmente il volto della collina: il numero di partecipanti agli incontri raddoppiano e gli incontri europei di fine anno nelle città d’Europa accolgono fino a 100.000 giovani. La comunità di Taizé ha quindi potuto essere uno spazio di transizione per tanti giovani dell’Europa dell’Est spaesati dalle nuove libertà e desiderosi di conoscere l’Occidente.
Negli ultimi anni, in un periodo in cui in Europa si parla tanto della crisi, economica e non solo, Taizé ha lanciato una riflessione sulla “nuova solidarietà” che terminerà quest’anno dal 9 al 16 agosto con un “raduno per una nuova solidarietà”. È un modo di ricordare la vita di fr. Roger senza nostalgie, ma cercando “segni di speranza’ con un’attenzione particolare verso le persone in situazione di precarietà.
– La vostra ricerca della comunione delle diversità e i sospetti che circondano i monoteismi (cf.Settimana 40/2014, pp. 8-9).
La presenza dei fratelli di Taizé in varie parti del mondo è soprattutto una presenza di ascolto, loro vanno per capire le difficoltà della gente e sostenere i loro tentativi di trovare delle soluzioni. Come per i rapporti fra cristiani separati, si tratta di scoprire i doni di ognuno e di ogni tradizione. In Bangladesh e nel Senegal, i fratelli vivono in gran parte fra i credenti musulmani. Talvolta fedeli di altri religioni vengono a Taizé – per esempio studenti musulmani africani o monaci buddisti – ed è sempre un’esperienza di arricchimento reciproco.
– C’è una “teologia di Taizé”? «Dio non può che amare»: si può considerare il fondamento di un discorso su Dio?
Pur non essendo un teologo e insistendo sempre sul fatto che non c’è una “teologia di Taizé” – tanto egli aveva paura delle divisioni –, fr. Roger aveva certo intuizioni fondamentali di forte densità teologica. Per questo, alla fine del prossimo agosto, faremo, per la prima volta, un colloquio teologico sul pensiero del fondatore di Taizé.
È vero, la frase “Dio non può che amare” potrebbe essere considerata come una pietra angolare della sua visione di Dio. Un Dio che perdona sempre, come il padre del figlio prodigo; che accoglie ognuno nella sua casa e che esce per andare loro incontro, che fa sempre il primo passo. Non si può forse dire che, in fr. Roger, il meglio della visione protestante del primato della grazia trovi il suo posto non come fattore di divisione, ma integrato nella grande tradizione della Chiesa e quindi come fattore di unità?
– La preghiera solitaria degli inizi – per rispetto delle differenze – e Taizé maestra di preghiera comune. Quale storia racconta?
È significativo che, quando era da solo a Taizé, fr. Roger pregava nella solitudine e non invitava i profughi a parteciparvi, tanto egli aveva paura che lo facessero per senso di dovere. Aveva un forte senso della gratuità dell’amore di Dio. Ripeteva sempre: Dio non si impone mai.
D’altra parte, per lui la preghiera comune fra i cristiani era una realtà fondamentale del Vangelo. E voleva che questa preghiera fosse la più accessibile. Quando i giovani hanno cominciato ad arrivare numerosi sulla collina di Taizé, lui insisteva sulla necessità di rendere la preghiera comune più adatta ai pellegrini, pur mantenendo il suo carattere meditativo, biblico e cantato. I cosiddetti “canti di Taizé” sono il frutto più noto di questa ricerca. E ci rallegriamo che anche persone senza una fede esplicita partecipino alla nostra liturgia e ne siano toccati, per esempio dal lungo momento di silenzio al cuore di ogni preghiera.
All’inizio della settimana a Taizé, molti giovani sono un po’ spaventati dall’idea di venire in chiesa tre volte al giorno. Poi, dopo un paio di giorni, vengono volentieri e rimangono la sera ben oltre il tempo “ufficiale” della preghiera. Il fatto che questi giovani scoprano a Taizé una preghiera che risponde alla loro ricerca personale ci sembra essenziale per il futuro della Chiesa. Con molto probabilità, la Chiesa di domani non sarà un’istituzione di massa, ma sarà fondata sulla vita interiore di ogni credente, sul suo rapporto personale con Gesù Cristo in comunione con gli altri.
– L’anno santo della misericordia tocca le corde di Taizé?
E come! Con fr. Alois, l’attuale priore di Taizé, eravamo nella Basilica di san Pietro quando papa Francesco ha parlato della sua intenzione di proclamare l’anno della misericordia. Eravamo stupiti: tante delle sue parole avrebbero potuto essere dette tali e quali da fr. Roger. «Dio non può che amare» – «Se abbiamo perso la misericordia, abbiamo perso tutto» – «Dio perdona sempre»: queste frasi che fr. Roger ripeteva sempre sono molto vicine alla spiritualità del papa attuale. Ovviamente, la Chiesa ha sempre proclamato la misericordia di Dio. Ma forse, nel momento presente, questo annunzio è più importante che mai: nell’attuale crisi di fiducia nell’uomo, quando diventiamo schiavi delle opere delle nostre mani e quando i problemi sembrano quasi irresolubili, la buona notizia di un Dio che ha fiducia nell’essere umano e lo sostiene sempre, anche quando si sta perdendo, offre la base necessaria per sperare e agire. In questo, fr. Roger è stato forse un precursore, ha buttato in terra qualche seme che porta e porterà frutto per la Chiesa e per il mondo.